L'IPOTESI DEL CONTATTO


Il recente fatto di cronaca a Minneapolis, in America, ha scatenato un’ondata di indignazione in tutto il mondo e anche la rete si è mobilitata.

Tra la marea di post, uno in particolare ha catturato la mia attenzione, perché mi ha riportato con la memoria a quando, negli anni dell’Università, mi occupavo di ricerche sulle cosiddette dinamiche intergruppi.

Sì, proprio così: forse non te lo aspettavi, ma la mia prima passione è stata proprio la psicologia sociale e lo studio dei pregiudizi tra gruppi.

Ma torniamo al post.

Il primo aspetto che mi ha colpito è il fatto che l’uomo che l’ha scritto ha fatto riferimento alla cosiddetta teoria dell’etichettamento per sottolineare il pericolo di ragionare per stereotipi.

Secondo questa teoria, nata negli anni ’60 per fornire una spiegazione della devianza alternativa a quella dominante, se ad un individuo viene attribuita un’etichetta - ad esempio quella di persona violenta - le probabilità che egli sviluppi comportamenti riconducibili a quell’etichetta – nel nostro caso ipotetico, che commetta atti di violenza – aumentano.

Questo accade perché l’individuo si identifica con quell’etichetta: la sua identità, cioè, viene definita dal contenuto di quella etichetta.

Il secondo aspetto interessante di questo post è che il suo autore si è rivolto proprio al suo gruppo di appartenenza, la comunità nera, invitandola a riconoscere le proprie responsabilità nello sviluppo dei pregiudizi verso i neri, citando, come esempio, la violenza presente nei video musicali e nella cultura hip-hop.

Può un mezzo di comunicazione come questo contribuire a sviluppare un pregiudizio?

Vediamo insieme quali sono le risposte che la psicologia sociale ha dato sull’origine dei pregiudizi.

Una delle teorie più accreditate è quella dell’identità sociale di Tajfel, secondo cui gli individui hanno un bisogno innato di valorizzare il proprio gruppo di appartenenza, definito ingroup.


Come fanno gli individui a dare valore all’ingroup?

Attraverso il confronto con altri gruppi: il proprio gruppo ha valore solo se viene percepito superiore ad un gruppo estraneo, definito outgroup.

Per un individuo è molto importante che il proprio gruppo abbia valore perché questo aumenta la sua autostima e il suo senso di autoefficacia.

Ed ora arriviamo alla scoperta a mio parere più interessante di Tajfel: la semplice categorizzazione in ingroup e outgroup è condizione sufficiente perché si generino discriminazioni.

Cosa significa? Per capirlo, ti propongo la descrizione di un suo esperimento.

Nel cosiddetto esperimento dei gruppi minimali, Tajfel divise i partecipanti in due gruppi sulla base della preferenza per i quadri di Klee oppure di Kandinsky. Non era prevista alcuna interazione né tra i membri dello stesso gruppo né tra i membri dei due gruppi.

Eppure, quando si trattò di assegnare del denaro ai diversi partecipanti, le persone mostrarono la tendenza ad attribuire maggiori quantità a coloro che appartenevano all’ingroup (ad es. persone che preferivano Klee) rispetto a coloro che appartenevano all’outgroup (ad es. persone che preferivano Kandinsky).

A quali conclusioni ci porta questo esperimento?

Se una variabile così insignificante come la preferenza per un pittore piuttosto che un altro conduce a comportamenti discriminatori, puoi facilmente intuire perché variabili molto più dense di significati come il colore della pelle, la religione o l’orientamento sessuale generino pregiudizi tra i gruppi!

Quali sono, allora, le strategie per ridurre questi pregiudizi?

La risposta più autorevole a questa domanda la troviamo nell’ipotesi del contatto sviluppata da Allport.

Partendo dal presupposto che il pregiudizio si origini per una mancanza di conoscenza dell’outgroup, l’autore propone come migliore strategia per ridurre le ostilità tra i gruppi quella di portare a contatto i loro membri.

Devono però esserci quattro condizioni fondamentali perché il contatto produca gli effetti desiderati, cioè disconfermi gli stereotipi legati all’outgroup e quindi riduca il pregiudizio:

1) Status situazionale paritetico: gli individui dei gruppi che vengono a contatto devono percepirsi simili per potere e posizione sociale.

2) Sostegno sociale e istituzionale: vi dev’essere un’adesione esplicita agli obiettivi delle politiche di integrazione da parte delle istituzioni.

3) Alta frequenza e qualità positiva: il contatto deve avere frequenza, durata ed intensità tali da

permettere l’instaurarsi di relazioni significative tra i membri dei gruppi.

4) Cooperazione: la relazione tra i membri dei gruppi deve essere cooperativa, cioè finalizzata ad

obiettivi che i gruppi possono raggiungere solo collaborando.

Una delle critiche principali che è stata fatta a questo modello e che forse anche tu stai pensando, è che nella realtà è piuttosto difficile che vengano rispettate tutte queste condizioni.

Sono stati così sviluppati alcuni modelli di contatto indiretto per la riduzione del pregiudizio che stanno ricevendo conferme incoraggianti da vari studi.

Vediamone brevemente due.

Il primo modello è quello del contatto esteso, secondo cui è sufficiente sapere che uno o più amici del proprio gruppo di appartenenza ha amici nell’outgroup per ridurre il pregiudizio nei confronti di quest’ultimo.

Il secondo è il modello del contatto immaginato, secondo cui il semplice immaginare un incontro positivo con un membro dell’outgroup ha effetti positivi sull’atteggiamento nei confronti del gruppo estraneo.

Molti degli studi che indagano le varie forme di contatto sulla riduzione del pregiudizio sono stati condotti nelle scuole e questo ci riporta al post che ho citato all’inizio dell’articolo.

L’autore, infatti, sottolinea come il mondo degli adulti invii quotidianamente messaggi stereotipati ai bambini, incoraggiando così - in modo più o meno consapevole – lo sviluppo di pregiudizi basati sulla categorizzazione ingroup vs outgroup (ad es. magri vs grassi).

Da questa riflessione emerge l’importanza di agire in modo capillare sull’educazione dei più piccoli, se davvero vogliamo invertire la tendenza che porta alla discriminazione tra i gruppi.

Prima di concludere questo articolo, voglio condividere con te una riflessione su un pregiudizio che mi sta particolarmente a cuore: quello che riguarda le persone che soffrono di un disturbo psichico.

Questo particolare tipo di pregiudizio è definito stigma, che in greco significa marchio: le persone con un disturbo psichico, nella cultura occidentale, sono generalmente “marchiate” come appartenenti al gruppo dei “matti”, al punto che la loro identità sociale e personale viene definita prevalentemente dal disturbo.

Ci sono alcuni bias cognitivi, cioè alcune distorsioni del pensiero, che supportano questo pregiudizio e che sono dovuti a vari fattori, tra cui la mancanza di conoscenza della materia e la cattiva informazione sull’argomento.

Ecco i bias maggiormente responsabili del pregiudizio nei confronti di chi ha una sofferenza psichica:

1) Chi ha un disturbo psichico è responsabile del suo disturbo: non è così. Tuttavia sembra che sia molto più difficile, nella nostra società, che un individuo provi empatia per una persona depressa piuttosto che per una che soffre di una malattia fisica.

2) Chi ha un disturbo psichico è pericoloso: non sempre è così. Se tutte le persone che ne soffrono dovessero compiere atti criminali, la percentuale di questi ultimi sarebbe molto più alta.

3) I disturbi psichici sono incurabili: non è così. La psicofarmacologia da un lato e la psicoterapia

dall’altro sono strumenti che curano efficacemente chi ha una sofferenza psichica.

Se questo tema ti interessa, ti consiglio la visione di un film italiano che parla della malattia mentale in modo delicato e coinvolgente: “La pazza gioia”, di Paolo Virzì.

Questo film, che ho visto ormai qualche anno fa, mi ha davvero emozionata perché mi ha ricordato un aspetto fondamentale della mia professione: oltre alla diagnosi - importantissima per avere un approccio scientifico al disturbo psichico - c’è la persona!

È quindi indispensabile che, come terapeuta, io ponga attenzione alla persona che ho di fronte nella sua interezza, con i suoi personalissimi modi di stare al mondo e di leggere la realtà che la circonda: solo così potrò davvero accompagnarla alla scoperta di sé ed aiutarla a diventare ciò che desidera.

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